Approfondimento
lunedì 3 dicembre 2007
VERSO IL CONTRATTO: 6 – IL MEDICO –
Si già che questo articolo non mi procurerà degli amici tra gli “esercenti delle professioni sanitarie”. Ma lo scrivo perché ritengo che le criticità organizzative e professionali del SSN pubblico meritino un ampio dibattito (prima) e richiedano drastiche soluzioni (poi).
Davanti a noi, davanti ai protagonisti (tutti) del SSN c’è un buco nero, c’è il buio immenso ed angosciante del “riff”.
Un buio legato alla mancata chiarezza sul ruolo (compiti e funzioni) dei diversi professionisti che operano nella sanità pubblica.
Negli anni settanta, non c’erano problemi: medici, laureati non medici, IP, infermieri generici, tecnici, ed amministrativi avevano ciascuno una loro precisa collocazione e precisi ed indiscussi ambiti di autonomia o di dipendenza.
Il medico era al centro del sistema e guidava, automaticamente, tutte le diverse figure dei collaboratori.
Negli anni ottanta il meccanismo si è infranto: laureati non medici (biologi, chimici, fisici, psicologi, su tutti) hanno ottenuto l’apicalità di strutture sanitarie che – prima – erano guidate da figure mediche. Si pensi ai laboratori ed alle strutture dedicate alle malattie mentali, via via guidate da apicalità biologiche o psicologiche…
Negli anni novanta è iniziata la grossa pressione e la grossa ondata delle “professioni sanitarie emergenti” che, con energia e pervicacia, hanno puntato ad ampliare i collegi professionali (prima) ed a trasformare i collegi in ordini (poi).
Le “lauree infermieristiche brevi” (prima) ed i “master infermieristici” (poi) hanno trasformato gli IP (infermieri professionali) in laureati ed in dottori. Con evidenti riflessi – pesanti, profondi, talora drammatici – sull’organizzazione del lavoro ospedaliero e sulla gerarchia dei ruoli ospedalieri.
E’ comparsa, in ospedale, la dirigenza infermieristica che, con la pretesa di gestire il 100% del personale infermieristico e delle sue articolazioni interne, ha ridotto le dirigenze mediche ospedaliere a simulacri organizzativi, confinandole a banali compiti di controllo e di autorizzazione, ossia ad ambiti di pura burocrazia.
Il responsabile (Direttore?) della dirigenza infermieristica è stato spesso (Veneto) nominato con il ricorso all’art.15-septies, evitando quindi i rischi e le pastoie di un concorso aperto.
Comunque sia, anche costui partecipa al Collegio di Direzione di ASL/AULSS e “pesa” molto di più di un semplice Direttore di UOC (“Primario”). E’, questo, il primo paradosso.
Negli anni settanta, troppo potere al Primario fino alla riforma del 1978.
Negli anni duemila, una laurea infermieristica di 5 anni (3+2) viene a pesare – sul piano gestionale – più di una qualunque laurea medica (6 anni di laurea + 5-6 anni di specializzazione + anni di attività ospedaliera) e financo di un Direttore di UOC (“Primario”) che è potuto diventare tale perché aveva molteplici anni di attività ospedaliera (5-10-15?) e perché vincitore di un concorso aperto.
Non voglio essere frainteso. Non ho, non abbiamo, noi medici paura delle nuove professionalità. In sanità, ci sono molteplici compiti affidati a molteplici professionisti.
Quello di cui ho paura è il possibile scardinamento organizzativo del sistema, con una netta – drammatica – suddivisione dei compiti gestionali dai compiti professionali. Sia nel mondo medico che in quello in quello infermieristico.
Con l’infermiere “gestore” che interferisce sull’attività professionale non solo degli IP (non dirigenti) ma anche dei medici (tutti o, prevalentemente, quelli privi di direzione di dipartimento, struttura complessa e semplice).
“Siamo tutti laureati, siamo tutti dottori!” Questo è lo slogan che impregnerà le nostre corsie, nei prossimi – vicini – anni.
“Siamo tutti dottori!” No, cara Silvesto. No, cari iscritti al Nursing-up. Voi siete laureati o siete dottori in scienze infermieristiche. Noi siamo medici , con compiti e ruoli ben diversi dai Vostri e con ambiti professionali (diagnosi e cura) primari (non secondari) diversi dai vostri, con autonomie professionali e gestionali diverse dalle vostre, con normative peculiari e (se Dio vuole!) con aree contrattuali significativamente diverse dalle vostre.
Non è, questa, una battaglia di retroguardia. E’ una battaglia di CHIAREZZA sui RUOLI che la CIMO-ASMD (da sola!) ha condotto dalla metà degli anni ’70, prima con Sizia e poi con Biasioli.
Una battaglia diretta non contro la volontà dei nuovi IP e delle nuove professioni sanitarie ad acquisire ulteriori spazi professionali ma contro la confusione dei ruoli della gerarchia nelle corsie ospedaliere e nei distretti.
Ciò che NOI MEDICI della CIMO-ASMD mettiamo in discussione non è la presenza di una dirigenza infermieristica in ogni ospedale. No, quello che ci fa paura è il “modello Triestino” con la presenza di una dirigenza infermieristica per ogni unità di cura, dirigenza che affianchi il Direttore (Primario) e la Caposala e risponda gerarchicamente solo alla dirigenza infermieristica d’ospedale.
Sarebbe, questa, una figura ambigua che minerebbe sia l’autorità e l’efficienza della Caposala che l’autonomia organizzativa medica perché – si sa – dirigere è diverso dal fare!
Paure eccessive? Visione antistorica della medicina? Non credo. Ciò che credo e che so è che l’efficienza/efficacia del nostro SSN è larghissimamente basata su un modello organizzativo diverso da quello anglosassone.
E tutte le persone oneste ed informate ben sanno quanto siano poco efficienti ed efficaci il SSN inglese od americano, pieni di rigidità e di inefficienza. Soprattutto quello inglese, cui continua – purtroppo – ad ispirarsi il futuro modello italico. Non quello USA dove il Direttore del Dipartimento (che è sempre un medico e non un altro tipo di laureato) gestisce un budget vero (non virtuale come da noi) ed ha potere ed una responsabilità assoluta su medici, IP, personale vario, gare, materiale di consumo, spese di struttura. Potere assoluto con rischio personale reale verso il CdA (consiglio di amministrazione) dell’ospedale.
Che, infatti, lo può licenziare o premiare.
Negli USA, gli IP hanno un “peso” maggiore che in Italia, soprattutto le Caposale. Ma nessuno si permette di mettere in discussione i compiti e ruoli del medico strutturato o del consulente esterno.
Invece
Invece in Italia si cerca di introdurre un modello di dirigente infermieristico diffuso che potrebbe essere prevaricante nei confronti sia degli infermieri professionali che dei medici non responsabili di struttura, cioè dirigenti solo a parole ma non di fatto (struttura semplice, struttura complessa).
Si tratta di fobie? No, si tratta di un progetto concreto, testimoniato da ATTI esistenti. Quattro su tutti. Il primo è costituito dagli ATTI di INDIRIZZO sui CCNL della SANITA’, scritti dal Comitato di Settore. In essi questo progetto è chiaramente individuabile, nelle diverse aree contrattuali sanitarie.
Il secondo è costituito dal modello sanitario toscano “per intensità di cure” , in cui spetta ad un IP (ad un dottore in scienze infermieristiche) la gestione clinica del paziente: scelta degli specialisti da coinvolgere e scelta del percorso diagnostico di primo livello. No, non gli spetta – formalmente – la diagnosi finale ma (sospettiamo!) gli compete comunque l’ipotesi diagnostica iniziale…
Il terzo , dall’ipotesi (San Donà di Piave) di una Unità RSA autonoma gestita totalmente dagli IP (accettazione, cura, dimissione) con i medici ridotti a consulenti esterni.
Il quarto , l’esistenza (come a Bussolengo(VR)) di “infermieri dirigenti” (ad esempio, “Responsabile del Servizio infermieristico tecnico-ostetrico e della riabilitazione dell’AULSS n°22 Bussolengo) e di “infermieri coordinatori” (ad esempio, “Responsabile del sistema informativo del Servizio infermieristico”, nella stessa AULSS).
Capite? Si tratta di qualifiche “di fantasia”, che non hanno corrispettivi tra le qualifiche mediche e che faranno attribuire (a costoro ed ai loro analoghi) – un giorno – un ruolo di vice dirigente, dirigente, direttore etc. Perché da “responsabili” a “direttori” il passo è facile. A Trieste come a Bussolengo. Soprattutto se si evitano i concorsi, le relative autorizzazioni regionali, i limiti delle finanziarie.
E si utilizzano, invece, i fondi di posizione e gli art. 15-septies del D.Lgs. 229/99 per sistemare le carriere dei nuovi dottori…
“SIAMO TUTTI DOTTORI!!”. No, nelle corsie degli ospedali e nei distretti ci sono MEDICI e LAUREATI NON MEDICI!
Sia chiaro a tutti: geometri ed ingegneri non sono uguali! Ragionieri e commercialisti non sono uguali. Lauree brevi od a 5 anni non sono uguali a 12 anni di studio (laurea + specializzazione).
Infine, un laureato di 23 anni non può avere – né pretendere di avere – le competenze (professionali e gestionali) di chi ha un curriculum professionale più pesante del primo (laurea + specializzazione ben più significative) ed un percorso lavorativo di almeno 10-15 anni.
A questo siamo ridotti, in questo Paese. A pensare che un “master infermiere” di 23 anni possa dirigere un medico “fatto”!
Ipotesi impossibile, 3 decadi fa. Possibile, invece, ora in questa Italia in cui la confusione dei ruoli regna sovrana.
Una certezza, almeno, c’è. Ed è quella che, dai tempi di Ippocrate il malato non cerca il dottore od il camice bianco (da chiunque indossato, oggi, financo dagli OSS…) ma cerca il medico.
Il MEDICO …. e non il dottore … E NOI, SOLO NOI, SIAMO e SAREMO MEDICI. In Toscana, come in Veneto; nel Lazio come in Sicilia.
MEDICI, con i nostri pregi ed i nostri difetti, qualunque sia il governo e qualunque sia il modello sanitario che ci imporranno (ammesso che ci riescano).
E MEDICI, e non dottori o laureati, i MALATI CERCANO.
Certo, il SSN è costituito da molte professionalità, essenziali o di contorno al sistema stesso. Non contestiamo la loro presenza. Ma non accettiamo che essere riducano i nostri peculiari ed insostituibili spazi di autonomia e di responsabilità.
Con o senza Prodi, con questo SSN o con un nuovo SSN riformato.
UNICUIQUE SUUM!!