CIMO Regionale
Approfondimento mercoledì 22 agosto 2007

"CASSE, EQUILIBRIO DIFFICILE"

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2007-08-21 - pag: 4 autore: Casse, equilibrio difficile I contributi dei giovani faticano a compensare i costi previdenziali Laura Cavestri MILANO Le performance, sul breve periodo, sono da centometristi. Ma senza un'andatura costante, le Casse di previdenza dei professionisti rischiano di non aver abbastanza fiato per le lunghe distanze. Tonificate da percentuali di giovani iscritti che in dieci anni – per avvocati, commercialisti, ingegneri e architetti – hanno incrementato gli iscritti di oltre il 100%, dal'96 hanno visto crescere le entrate per contributi. Ma ancor di più sono aumentate le uscite. In pratica, a galoppare più velocemente sono le spese per pensioni. Per garantire ai baby boomers, che si avvicinano alla soglia del "ritiro", quella "promessa" previdenziale di importi spesso più generosi di quanto i beneficiari non abbiano effettivamente versato nel corso della propria vita lavorativa. Importi, oggi, non adeguatamente sostenuti da giovani con redditi modesti e oggettive difficoltà ad affermarsi sul mercato. Il tutto, in attesa che da settembre il ministero del Lavoro fissi in un decreto, paletti più stringenti per le proiezioni attuariali delle Casse, in parte delineati in un documento "propedeutico" del Nucleo di valutazione della Spesa previdenziale, che ha già prodotto la levata di scudi degli enti professionali. Consolidando la scelta avviata un anno fa, anche quest'anno, l'analisi del Sole-24 Ore – sulla base di dati richiesti alle Casse di previdenza dei professionisti – non si limita soltanto al confronto tra i dati del consuntivo 2006 (approvato da tutti gli Enti di previdenza prima dell'estate) e l'esercizio precedente. Più precisamente si tiene conto – come mostra la tabella a destra – dei valori 2006 (che si confermano ancora tutti positivi) – ma si cerca anche di ragionare su un orizzonte più ampio (anche se, in termini previdenziali, pur sempre di corto respiro). E la fotografia, senza voler rappresentare le proiezioni tipiche dei bilanci attuariali, mostra (nei grafici di questa pagina) di quanto sono cresciuti, dal 1996 a 2006, contribuenti e pensionati, versamenti ed esborsi previdenziali, negli Enti pensionistici dei liberi professionisti, privatizzati con il decreto legislativo 509/1994. Così come nella tabella – come sono variate le grandezze nei tre anni di riferimento, il 1996 "anno base", e gli esercizi 2005 e 2006. Tutti gli enti che curano la previdenza di primo pilastro – tranne l'Inpgi, (la Cassa dei giornalisti) - hanno fornito i dati. Se nel decennio 1996-2005, per avvocati, commercialisti e Inarcassa il tasso di incremento dei nuovi iscritti si attestava attorno al 90%, con il 2006, l'aumento supera il tetto del 100%, con un quasi 110% di ingegneri e architetti, per i quali il trend pare inarrestabile. Ma se si escludono le professioni a numero "programmato" –come notai (+ 2,46%) e farmacisti (+ 20,36%) – per molte categorie i tassi di crescita di neoiscritti sono già surclassati dalla marea montante dei pensionati: geometri (+ 44,8% contro + 55%); medici (+ 15,94% contro + 29%); consulenti del lavoro (+ 27,3% contro + 51%). E galoppano soprattutto le uscite per pensioni. Sebbene crescano le giovani leve, la spesa pensionistica della Cassa forense è cresciuta,dal'96, del + 151% a fronte di entrate del + 117 per cento.Lo rileva anche la tabella, in cui dal'96 è migliorato il rapporto attvi/pensionati, ma non si può dire altrettanto di quello tra entrate e uscite. L'esborso dei ragionieri sfiora il + 290% (+ 234% sono le entrate), mentre anche per consulenti del lavoro e geometri si conferma il sorpasso dei tassi di crescita delle uscite sulle entrate. Rapporti di crescita ancora favorevoli per dottori commercialisti, Inarcassa,medici e veterinari (oltre a notai e farmacisti su cui è prematuro leggere gli effetti delle "liberalizzazioni"), ma con incrementi in progressivo e "pericoloso" avvicinamento. Proprio per una lettura critica e di lungo respiro sulla sostenibilità del sistema il ministero del Lavoro ripartirà a settembre a elaborare – sulla base degli indirizzi forniti dal Nucleo di valutazione (si veda «Il Sole-24 Ore» del 26 giugno) – il decreto che fissa paletti più stringenti per i bilanci attuariali e orizzonti più dilatati per garantire gli equilibri finanziari. In ogni caso, le Casse si dimostrano cantieri in movimento. Dal 1ڠgennaio 2008, per esempio, per la Cassa forense l'aliquota di contributo soggettivo passerà dal 10 al 12%, mentre la quota di solidarietà versata dai pensionati da almeno sei anni lieviterà al4 per cento. Infine, a metà settembre, tre giorni di "Stati generali" di tutti i delegati della Cassa forense dovrebbero portare a decidere quale riforma varare: il mantenimento – con forti correzioni –dell'attuale sistema retributivo, il passaggio a un contributivo "morbido" o a un sistema di tipo "misto", con oneri deducibili. Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2007-08-21 - pag: 4 autore: Il quadro. Revisione in vista Il Lavoro: più dialogo per le nuove regole MILANO Nessuna volontà di andare allo scontro con le Casse di previdenza delle professioni. Ma i bilanci attuariali degli Enti devono essere più "aderenti" ai dati economici e demografici nazionali. Il ministero del Lavoro stempera le prese di posizione "bellicose" assunte, ai primi di agosto, dal presidente dell'Associazione che riunisce gli Enti previdenziali professionali (l'Adepp), Maurizio de Tilla, sulle regole destinate a condizionare la predisposizione dei bilanci tecnici. Un provvedimento che verrà preso sulla base delle linee di indirizzo " propedeutiche" delineate dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale dello stesso ministero. Linee che prevedono un orizzonte più esteso per l'equilibrio finanziario («fino a 50 anni») e per la riserva legale. Ma soprattutto scenari futuri da "neutralizzare", agganciandoli alla realtà economica e ai tassi di crescita, di occupazione e di rendimento del Paese. Oggi, infatti, anche con gestioni in equilibrio, lo schema pensionistico degli enti professionali fa dipendere le prestazioni quasi esclusivamente dalle dinamiche di categoria (come l'incremento di iscritti e redditi). In pratica, mentre la pensione di un lavoratore dipendente, essendo ancorata al Pil, è agganciata alla dinamica complessiva dell'economia, quella di un libero professionista dipende, oltre che dai contributi versati, dalle dinamiche specifiche della categoria, che tengono in poco conto l'andamento complessivo del sistema, con ritmi di crescita sistematicamente superiori alla media dell'economia. Una situazione, spiega il ministero, che non può durare. Per questo il decreto va fatto, ma aprendo un dialogo e una collaborazione attiva con le Casse di previdenza. Un primo incontro tra le parti dovrebbe scattare a settembre, anche se al dicastero non si sbilanciano nè sull'agenda nè su quali siano effettivamente i margini per una trattativa. Dal canto suo, l'Adepp ha già stilato alcuni punti prioritari: riportare a 30 anni (dagli ipotizzati 50) i termini di riferimento per l'equilibrio del sistema e mantenere le "variabili" caratteristiche delle categorie professionale. Sino a che punto sono irrinunciabili lo deciderà un'assemblea straordinaria di tutti i presidenti, il prossimo venerdì. LE CATEGORIE L'Adepp respinge le proposte arrivate dal Nucleo di valutazione Venerdì si riunisce l'assemblea dei presidenti Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2007-08-21 - pag: 4 autore: ANALISI Necessari bilanci tecnici a cinquanta anni di Elsa Fornero I dati sulle Casse dei liberi professionisti rivelano una grande varietà di situazioni, corrispondente alla varietà delle sottostanti realtà economiche e professionali. In termini di pensione media, i più "ricchi" sono i notai, gli architetti, gli avvocati, i commercialisti, le cui Casse, d'altronde, presentano i migliori indicatori demografici e finanziari; i più "poveri" sono gli infermieri, i ragionieri, i veterinari. Una simile variabilità si ritrova nella struttura delle attività finanziarie e patrimoniali. L'autonomia delle casse è anche questo: la possibilità di scegliere formule pensionistiche e investimenti sulla base delle preferenze e del grado di avversione al rischio degli iscritti, o dei loro rappresentanti. Fermarsi a una rappresentazione di breve periodo sarebbe tuttavia improprio. Una più corretta lettura dello stato di salute delle Casse richiede anzitutto un piccolo sforzo di astrazione che rimandi dai flussi annui di contributi e prestazioni alla sottostante architettura previdenziale, la quale ha a che fare essenzialmente con la gestione di rischi economici, demografici e finanziari (evoluzione futura di queste professioni, longevità degli iscritti, incertezza sui rendimenti del patrimonio). Sotto questo profilo, le Casse si distinguono sia dai fondi pensione veri e propri, sia dalla previdenza pubblica: dai primi, in quanto le Casse seguono il principio finanziario della ripartizione, mentre i fondi pensione funzionano in base al meccanismo della capitalizzazione; per le Casse, le riserve sono sì previste dalla legge, ma a scopo precauzionale, e non di finanziamento delle prestazioni. Dalla previdenza pubblica, le Casse si distinguono perché, pur gestendo forme di previdenza obbligatoria, hanno natura privatistica. I regimi pensionistici si caratterizzano ulteriormente per due diverse modalità di gestione. Nella prima, a "benefici definiti", le prestazioni a favore degli iscritti sono stabilite in misura largamente indipendente dai contributi individualmente versati; nella seconda, a "contributi definiti", i benefici sono invece "tarati" sui contributi e sulla longevità attesa dei beneficiari secondo il principio di equivalenza attuariale proprio delle assicurazioni di rendita. In aggregato, nel primo caso, contributi e prestazioni non necessariamente si equivalgono, e possono presentarsi anche lunghi periodi di avanzi, con entrate che eccedono le uscite, seguiti, però, da periodi di disavanzi, a riflettere l'andamento del rapporto tra attivi e pensionati e l'eccesso di generosità di formule pensionistiche calibrate sugli avanzi degli anni buoni. Le professioni "giovani" o temporaneamente molto dinamiche presentano rapporti economici e demografici molto favorevoli e possono quindi, in una logica miope, promettere pensioni alquanto generose, nell'illusione che questi attivi continueranno anche in futuro. Gli schemi pensionistici, peraltro, maturano con l'invecchiamento degli assicurati e quelle che, a priori, appaiono prospettive rosee possono a posteriori diventare realtà amare, dapprima per l'impossibilità di far fronte con i contributi alle promesse a un crescente numero di pensionati, e quindi con la scoperta che anche un patrimonio cospicuo si esaurisce rapidamente se vi si attinge per rispettare gli impegni. I benefici definiti hanno perciò bisogno di un garante di ultima istanza che si assuma l'oneredi erogare le prestazioni promesse quand'esse non siano più sostenute né dalle contribuzioni, né dalle riserve. Questo garante di ultima istanza nelle Casse non può esistere. Soltanto lo Stato può infatti assumere questa veste avendo in ogni momento la capacità di elevare imposte sui contribuenti presenti e futuri per finanziare la spesa. È questa la minaccia che incombe sui futuri contribuenti a causa dell'inadeguatezza del disegno previdenziale delle Casse, le quali - con alcune apprezzabili eccezioni - continuano a cullarsi nell'illusione che la bontà della loro situazione corrente le protegga contro il rischio di un deterioramento demografico, e si rifiutano quindi di adottare le misure necessarie a dare sostenibilità e coerenza temporale allo schema pensionistico, e in particolare la condizione minima che è il passaggio al metodo contributivo. Con tale metodo, infatti (peraltro già adottato nel sistema pensionistico pubblico), la sostenibilità è garantita dalla corrispondenza attuariale tra contributi e prestazioni. La sicurezza e l'adeguatezza delle prestazioni, a loro volta, non sono affidate a un garante esterno, bensì a un'aliquota commisurata ai bisogni, alla bontà della gestione patrimoniale e a una appropriata suddivisione del rischio di investimento. Quando poi i contributi sono proporzionali ai redditi e questi peccano di sottodichiarazione, è ovvio che con il metodo contributivo non ci si possono aspettare pensioni elevate, il che costituisce un incentivo indiretto a una più corretta dichiarazione dei redditi. Mentre l'adozionedel metodo contributivo rientra nell'autonomia gestionale delle Casse, il legislatore può almeno aiutarle a scrollarsi di dosso le loro dorate illusioni. Le nuove linee guida per la redazione dei bilanci tecnici elaborate dal ministero del Lavoro si collocano nella giusta prospettiva: un orizzonte di almeno 50 anni; "paletti" per le ipotesi da utilizzare, non più estrapolabili dagli andamenti passati delle singole Casse bensì "sintonizzate" su quelle ritenute appropriate per l'intera economia italiana, dalla quale nel lungo periodo nessuna professione potrà veramente discostarsi; rafforzamento delle riserve. Queste innovazioni sono nell'interesse delle giovani generazioni di liberi professionisti. Anche in questo caso, infatti, come per le pensioni pubbliche, l'inadeguatezza del disegno mette a rischio il "patto generazionale". Al di là di queste iniziative, c'è da augurarsi che le nuove generazioni facciano sentire più fortemente la loro voce. L'ALTERNATIVA Soltanto il sistema a base contributiva mette al sicuro l'equilibrio dei conti e il patto fra generazioni
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